Recovery fund e innovazione digitale

Il recovery fund

Recovery Fund – o Fondo di recupero – è lo strumento individuato dalla Commissione europea per rilanciare le economie dei Paesi membri dopo la crisi causata dall’epidemia di coronavirus.

La pandemia ha imposto all’Unione Europea di trovare e adottare una strategia, condivisa tra i Paesi, per affrontare l’emergenza e le gravi conseguenze economiche che ne sono derivate.

Lo sappiamo, questa pandemia ha colpito duramente le aziende italiane, alcune sono state costrette a chiudere improvvisamente ma hanno potuto continuare la propria attività grazie a soluzioni digitali come lo smart working e l’e-commerce.

Purtroppo non tutti hanno avuto questa possibilità e ciò ha evidenziato i limiti del nostro Paese; proprio per questo, a detta del Governo, la digitalizzazione sarà sicuramente uno dei più importanti campi d’investimento del Recovery Fund.

Orbene, come detto tra le varie proposte ha assunto una grande rilevanza il Recovery Fund che, utilizzando le parole del premier Conte, è “un fondo per la ripresa con titoli comuni europei per finanziare la ripresa di tutti i Paesi più colpiti, tra cui l’Italia”.

Nel mese di luglio 2020 il Consiglio europeo ha elaborato un piano da 750 miliardi di euro che saranno reperiti grazie all’emissione di debito garantito dall’UE e così suddivisi:

  • 390 miliardi di contributi a fondo perduto;
  • 360 miliardi di prestiti.

Il nostro Paese riceverà una quota di 65,456 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto: il 70% è riferito agli impegni per progetti 2021-2022, il resto agli impegni relativi al 2023.

I singoli Governi dovranno presentare il proprio Piano Nazionale per la Ripresa e la Resilienza (Pnrr) che sarà soggetto al vaglio della Commissione europea.

La Commissione europea ha comunque definito delle linee guida per aiutare i Governi nella redazione dei rispettivi piani; tra i criteri di maggior rilevanza vi sono:

  • Sostenibilità ambientale (almeno il 37% della spesa dovrà essere prevista per il green);
  • Produttività;
  • Stabilità ed equità macroeconomica;
  • Digitalizzazione (almeno il 20% degli investimenti dovranno finanziare la transizione digitale).

Sulla base di questi principi Bruxelles valuterà i singoli piani nazionali.

Cosa devono fare i Paesi membri

I vari Governi dovranno inviare – entro la fine del mese di aprile 2021 – i propri piani di ripresa e resilienza (che verranno comunque negoziati con le autorità comunitarie e dovranno essere dalle stesse approvati).

Una volta inviati i piani, Bruxelles si occuperà di esaminarli e di proporre l’approvazione del piano al Consiglio Ecofin (entro un arco temporale di 8 settimane).

L’Ecofin, entro 4 settimane dalla ricezione, dovrà approvare il piano a maggioranza qualificata.

Il piano italiano

“L’Italia è stata colpita per prima e duramente. La strategia di contenimento della diffusione del virus, adottata dal Governo italiano e seguita da quasi tutti gli altri Paesi, ha imposto sacrifici personali, sociali ed economici per tutelare la salute pubblica e per evitare i danni ancora peggiori che una diffusione incontrollata potrebbe provocare. Oggi l’Europa si trova a dover fronteggiare una seconda ondata epidemica, che non potrà non avere riflessi negativi anche sull’economia”, questa è la premessa del premier Conte alla bozza di Pnrr proposta.

La bozza del piano nazionale italiano tracciava gli obiettivi, le riforme e gli investimenti, l’attuazione e il monitoraggio del piano e la valutazione dell’impatto economico.

Tra le prime proposte vi era quella di un’importante riforma della Pubblica amministrazione volta all’incremento della digitalizzazione di processi e servizi.

Altro tema proposto era quello di una revisione dell’Irpef; si legge nella proposta “Finora siamo infatti intervenuti sui lavoratori con reddito fino a 40mila euro, ora dobbiamo intervenire a favore dei lavoratori (sia dipendenti sia autonomi) con un reddito medio, ovvero orientativamente incluso tra 40 e 60 mila euro, perché si tratta della fascia che oggi sconta livelli di prelievo eccessivi rispetto ai redditi ottenuti”.

Le possibilità di investimenti proposti dal nostro Governo toccavano una pluralità di temi, tra questi:

  • la digitalizzazione e l’innovazione;
  • la rivoluzione verde e transizione ecologica;
  • il settore delle infrastrutture per la mobilità sostenibile;
  • il settore di istruzione e ricerca;
  • le operazioni volte alla parità di genere;
  • il settore sanitario.

Il Premier Conte ha da poco confermato che l’accordo ha sbloccato, per l’Italia, 209 miliardi tra sovvenzioni e prestiti.

I 209 miliardi saranno così ripartiti: 81,4 miliardi in sussidi e 127,4 miliardi in prestiti.

Sono inoltre stati assegnati all’Italia 13,5 miliardi in due anni, di cui 10,7 nel 2021 dal fondo anti-pandemico. Dal fondo per la transizione equa perverranno 536 milioni, a cui si aggiungono altri 401 milioni dal bilancio Ue, per un totale di 937 milioni.

Sono poi stati previsti anche 401 milioni per gli investimenti pubblici e privati nei settori chiave dell’ambiente e del digitale.

Dai fondi della coesione, invece, arriveranno 37,3 miliardi. Altri 35 miliardi sono stanziati per aiuti diretti e per lo sviluppo rurale.

Avv. Giulia Invernizzi

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