Maltrattamenti in famiglia e violenza assistita nel rinnovato codice rosso.

La crescente attenzione riservata, non solo in ambito giuridico, al fenomeno della violenza assistita si è tradotta in un suo esplicito riconoscimento normativo da parte del legislatore penale con la legge n.69/19 (c.d. codice rosso).

Attualmente il codice penale considera la violenza assistita un’aggravante del reato di maltrattamenti in famiglia (ex art.572 c.p.) se l’abusante maltratta continuamente il coniuge o il convivente davanti ai figli, procurando loro grave pregiudizio, e non quando le vessazioni sono solo occasionali.

Secondo la definizione messa a punto dal CISMAI, il Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia, “La violenza assistita da minori si verifica quando i bambini sono spettatori di qualsiasi forma di maltrattamento espresso attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative, adulte o minori”.

È una violenza indiretta, non subita in prima persona, ma subita da altri individui presenti in famiglia.

I minori possono essere esposti direttamente alle violenze o soprusi quando questi avvengono in loro presenza; o possono averne conoscenza indiretta quando qualcuno, volontariamente o inconsciamente, li informa in proposito; o possono percepirne gli effetti quando avvertono tristezza, terrore, angoscia e un continuo stato d’allerta della vittima; o quando vedono lividi, ferite, vestiti strappati, lacrime, suppellettili rotte, ecc.

È violenza assistita anche quando vengono a conoscenza, o assistono a maltrattamenti, sevizie e abbandono degli animali presenti in famiglia.

Il giudice può obbligare il maltrattante a lasciare immediatamente la casa familiare; in ambito civile può disporre la decadenza della potestà e ugualmente provvedere all’allontanamento del genitore.

La violenza assistita che integra la circostanza aggravante descritta dall’art.61 c.p., comma 1, n.11-quinquies è idonea a costituire la base giuridica per la sospensione della responsabilità genitoriale ai sensi dell’art.34 c.p., comma 2.

È una violenza difficile da provare in sede giudiziaria, in quanto provoca un “danno invisibile”, di difficile rilevazione, spesso occultato, negato e sottovalutato[11].

Sotto il profilo strettamente giuridico in Italia non esiste una normativa specifica e pertinente al problema della violenza assistita da minori.

L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha istituito una Commissione consultiva che in un documento di proposta presentato recentemente, oltre ad auspicare la distribuzione sul territorio di un numero adeguato di servizi specialistici in tema di rilevazione, protezione e trattamento del maltrattamento infantile, sollecita che venga definito il reato di violenza assistita nei confronti di un minore.

Fattispecie sussumibile al fatto concreto.

In questi termini si è pronunciata la Quinta sezione penale della Corte di cassazione con la sentenza 12 ottobre – 3 dicembre 2020, n.34504 rigettando il ricorso dell’imputato, reo di aver posto in essere per anni una condotta prevaricatrice e violenta nei confronti della compagna alla presenza dei figli minori della coppia.

La vicenda che ha occasionato la pronuncia in esame, si era conclusa nei gradi di merito con la condanna dell’imputato per i reati, aggravati dalla circostanza di essere stati commessi in presenza dei figli minori (art. 61 c.p., comma 1, n. 11-quinquies), di:

  • maltrattamenti in famiglia, perpetrati attraverso continui e costanti soprusi nei confronti della compagna; 
  • sequestro di persona, posto in essere bloccando quest’ultima sul letto della propria abitazione con manette ai polsi per diverse ore e tagliandole anche i capelli contro la sua volontà, fino a quando la donna non veniva liberata dagli agenti di polizia chiamati da una delle figlie;
  • lesioni personali, provocate con una stretta delle braccia al collo causante distorsione e distrazione del collo.

Contro la sentenza della Corte d’Appello, che aveva rideterminato la pena, nonché la durata della libertà vigilata e della sospensione della responsabilità genitoriale, oltre ad intervenire in melius sulle interdizioni disposte in primo grado, l’imputato aveva interposto ricorso per cassazione articolando cinque diversi motivi e, in particolare, deducendo erronea applicazione della pena accessoria della sospensione della responsabilità genitoriale (art.34 c.p.), per essere la condanna intervenuta in relazione a un reato, quello di maltrattamenti, commesso soltanto nei confronti della convivente e madre dei figli del ricorrente, ma non nei confronti di questi ultimi, benchè in loro presenza.

Come prima accennato, tale ricorso veniva respinto, in ragione della violenza indiretta nei confronti del minore, che assistevano ad una condotta tanto riprovevole e meschina nei confronti della madre.

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