Il termine hate speech è spesso richiamato in giornali e articoli, i quali riportano vicende inerenti ad affermazioni di odio rivolte anche a perfetti sconosciuti a mezzo di dispositivi digitali dai “leoni da tastiera”, i quali riversano il proprio odio e pregiudizio. 

Come riportato nell’articolo inerente al Deep Fake, “La Rete” è democratica, infatti permette a tutti gli Utenti di inserire e rendere pubblici i contenuti che desidera senza ricevere censure e senza dover essere legittimato o autorizzato. 

Questo spazio informatico è spesso sentito come un luogo diverso dal mondo fisico, poiché privo di padroni e regole, in grado di danneggiare o addirittura di modificare la propria personalità o demolire quella altrui.

Al fine di comprendere al meglio il fenomeno dell’hate speech, di recente conio e di cui non esiste una generale e condivisa definizione, è utile riprendere la dicitura contenuta nel dizionario Treccani, che definisce questo concetto come “Espressione di odio rivolta, in presenza o tramite mezzi di comunicazione, contro individui o intere fasce di popolazione (stranieri e immigrati, donne, persone di colore, omosessuali, credenti di altre religioni, disabili, ecc.)”. 

L’hate speech può essere visto come un circolo vizioso caratterizzato da insulti e aggressioni verbali che si autoalimentano e si ripropongono senza limite su internet, coinvolgendo sia gli adulti che gli adolescenti, mediante casi di cyberbullismo, ovvero il reato nel quale la condotta o l’oggetto materiale del crimine sono correlati a un sistema informatico o telematico, ovvero perpetrato utilizzando un tale sistema o colpendolo. 

Chi esprime odio viene normalmente definito uno hater o odiatore differenziandosi da altre figure, come i “troll” che i “flamer” sono in qualche modo degli esperti delle dinamiche della rete, a differenza degli hater che si mostrano come soggetti inadatti a discutere in maniera civile e con dialogo costruttivo, che spesso non sono in grado di cogliere le conseguenze dei propri insulti, dovendo spesso ritrattare le proprie posizioni e risarcire la vittima oggetto del disprezzo. 

Le ricerche redatte da Vox unitamente all’Università La Sapienza di Roma, a tal proposito, riportano che il genere femminile è l’obbiettivo maggiormente colpito, nello specifico “vittime del 63% dei tweet negativi analizzati, seguite dagli omosessuali, 10,8%, dai migranti, 10%, e poi da diversamente abili (6,4%) ed ebrei (2,2%)”. 

La ricerca ha rilevato che le vittime principali sono immigrati, esponenti pubblici, omosessuali, musulmani e infine le donne; secondo gli intervistati, è utile procedere con una segnalazione alle piattaforme o ai siti, far eliminare da parte delle autorità l’hate speech, applicare censure da parte delle piattaforme e dei siti.

In Italia.

La prima ricerca italiana sul tema di hate speech inerente all’attività giornalistica titolata “L’odio non è un’opinione”, vuole fornire una formazione per aumentare gli standard etici e deontologici, supportando così meccanismi che permettano la denuncia di casi di hate speech e hate crime.  

Il testo è stato inserito nel progetto europeo contro il razzismo e la discriminazione sul web, Bricks – Building Respect on the Internet by Combating Hate Speech, presentato nella giornata mondiale contro il razzismo. 

Dott.ssa Valentina Zani

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