Big Tech e privacy. Le principali implicazioni.

“Di fronte allo strapotere dei big tech, occorre prendere atto della realtà. È un fatto del nostro tempo, ma a ogni fatto deve poter corrispondere un inquadramento normativo. Un’occasione per l’Europa di farsi (ri)conoscere quale regolatore attento ed esigente”.

Questo il commento di Ginevra Cerrina Feroni VicePresidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali reso il 23 novembre 2020.

Fa da eco a tale invito il fatto che tutti i Big Thec stanno cercando, da tanto tempo, di primeggiare nel pubblicare le proprie policy in materia di privacy mettendo in secondo piano gli intenti (primari) di accaparrarsi i profitti pubblicitari grazie a tecniche di profilazione e monopolizzazione di attenzione dell’utente.

La Rete, così come ci appare oggi, non è lontana, in via ideale e nelle sue pratiche applicazioni, da quel “grande spazio” teorizzato da Schmitt: un luogo immateriale e universale, popolato da utenti immersi in un coagulo di flussi perpetui e cangianti.

Come gestire e controllare, con i tradizionali strumenti, il mondo virtuale?

Da Apple a Microsoft da Amazon a Facebook i numeri (di dati personali che hanno in pancia nonché di fatturato!) sono impressionanti.

I Big Tech o, altrimenti detti, OTT (Over-The-Top) hanno un fatturato dalle proporzioni che pareggiano e superano il PIL di Stati sovrani.

Lo stesso discorso vale per il numero di dati personali incamerati in questi anni dai Big Tech.

Un problema connesso con questo Grande Mondo è che spesso le grandi piattaforme di internet hanno la propria sede negli Stati Uniti o in Cina. Ciò di per sé non permette di escludere l’obbligo di rispettare la normativa europea sulla privacy e di sottrarsi alle conseguenti sanzioni in caso di inosservanza. 

Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), infatti, innovando rispetto alla previgente disciplina, dispone che un titolare (o un responsabile) che non sia stabilito in Unione Europea deve rispettare le norme del Regolamento se tratta dati personali di interessati che si trovano nell’Unione, quando le attività di trattamento riguardano l’offerta di beni o servizi a tali interessati nell’Unione o il monitoraggio del loro comportamento nella misura in cui tale comportamento ha luogo all’interno dell’UE (il riferimento è all’articolo 3.2 del GDPR, arricchito dai considerando 23 e 24). Il GDPR europeo è stato un passaggio fondamentale e un caposaldo di regolazione. Dando piena operatività alle clausole ed ai meccanismi di tale strumento, con cui l’Europa ha tentato di reclamare una propria egemonia, quantomeno giuridica sul digitale, la debolezza strutturale dei singoli Stati potrebbe in qualche modo venire supplita dal potere dell’Unione nel confronto con e fra Cina e gli Stati Uniti, tanto più necessaria oggi a seguito del 16 luglio 2020, con la sentenza Schrems II che ha avuto come conseguenza l’annullamento dello scudo per la Privacy USA-UE e il riconoscimento della legalità delle clausole contrattuali tipo Standard Contractual Clauses.Il patrimonio informativo che le Big Tech sono in grado di concentrare attraverso le loro galassie di applicativi, servizi e prodotti digitali determina un divario incolmabile tale da eliminare qualsiasi prospettiva concorrenziale.

L’infinito numero di dati personali e la correlata potenza in termini strategici fa sì che le Big Tech, già da tempo, siano in grado di prendere decisioni politiche mascherandole da decisioni tecniche, senza che possano venir sottoposte allo scrutinio democratico.

Si segnala sotto questo profilo un fatto eclatante ossia la decisione, da ultima intervenuta, di Twitter e Facebook di espellere il presidente statunitense Donald Trump dalle loro piattaforme, di fatto silenziandolo.

Evidente come tale decisione abbia suscitato allarme in tutto il mondo perché ha reso evidente il potere in mano alle grandi multinazionali della tecnologia. È successo perché le due aziende questa volta lo hanno esercitato su una libertà politica tradizionale, quella di espressione. Ma è un allarme tardivo, che non coglie il fulcro del vero potere delle nuove tecnologie e delle società che le controllano, aziende per definizione non democratiche in quanto rispondenti a logiche diverse dalla democrazia, quelle del profitto, e che dipendono dai loro proprietari, non dalla sovranità popolare.

Un aspetto altamente allarmante se solo si pensa che il diritto della libertà di espressione è stato sospeso con un semplice clic.

Eleonora Mataloni

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