10-11-2020 - VALENTINA ZANI - Affido familiare e responsabilità genitoriale

Affido familiare e responsabilità genitoriale

Il diritto del minore ad una famiglia.

La L. n. 184 del 1983 disciplina l’istituto dell’affidamento familiare, istituito con lo scopo di supplire a situazioni di temporanea inabilità dei genitori esercenti la responsabilità genitoriale. In tali casi, la legge dispone, in favore della famiglia di origine, interventi di sostegno e di aiuto. L’istituto è stato recentemente riformato dalla Legge 19 ottobre 2015, n. 173

L’affido familiare.

L’affidamento familiare è uno strumento mirato a tutelare il minore, che ha una durata stabilita e che può terminare o in un rientro nella famiglia di origine o nella dichiarazione dello stato di adottabilità (questo quando i genitori non appiano più in grado di espletare il loro ruolo genitoriale).

Le circostanze fattuali che possono portare il minore a vivere in un contesto familiare non adatto possono riguardare sia lo stato di indigenza economica, sia essere rinvenute nel genitore stesso: gravi carenze comportamentali o malattie.

In tal caso i minori possono essere affidati:

  • ad un’altra famiglia, possibilmente con figli minori;
  • a una persona singola;
  • o a una comunità di tipo familiare

al fine di assicurare loro il mantenimento, l’educazione e l’istruzione.

Il procedimento

Il procedimento ha inizio, nella maggior parte dei casi, dalla segnalazione pervenuta al Servizio sociale, ma talvolta è la stessa pronuncia di decadenza dalla responsabilità genitoriale, emessa dal tribunale per i minorenni, a dare avvio all’iter di affidamento.

Nel caso in cui quest’ultimo sia disposto dal Servizio sociale, occorre il previo consenso prestato dai genitori (o dal genitore) esercenti la potestà o dal tutore (art. 4).

Per il minore che ha compiuto i dodici anni o di età inferiore, è prevista, poi, l’audizione personale, vista la sua capacità di discernimento.

Nel caso in cui i genitori o il tutore non prestino il consenso, provvede il tribunale per i minorenni applicando la normativa di cui agli artt. 330 e seg. c.c.

Nel provvedimento, reso esecutivo con decreto, deve essere indicato il periodo di presumibile durata dell’affidamento che deve tener conto degli interventi volti al recupero della famiglia d’origine.

Questo periodo non può superare la durata di due anni ma è prorogabile, dal tribunale per i minorenni, qualora la sospensione dell’affidamento provochi un pregiudizio al minore.

L’affido può essere anche a tempo parziale. Il bambino trascorre con i genitori affidatari solo alcune ore del giorno, i fine settimana, o eventualmente brevi vacanze. In questo caso il minore non viene allontanato dalla propria casa, e l’affidatario svolge una funzione di sostegno alla famiglia di origine in difficoltà.

Soggetto che può essere nominato affidatario.

L’affidamento può essere intra-familiare o etero-familiare.

I genitori possono affidare il figlio minore a parenti entro il quarto grado, senza limiti di durata, mentre chi non sia parente entro il quarto grado e accolga stabilmente nella propria abitazione un minore, deve darne segnalazione al procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni, trascorsi sei mesi (art. 9 della Legge n. 184/83).

L’omissione della segnalazione può comportare l’inidoneità a ottenere affidamenti familiari o adottivi e tale condotta può comportare la decadenza dalla potestà sul figlio a norma dell’art. 330 c.c. e l’apertura della procedura di adottabilità.

La norma non si applica, pertanto, se il minore è affidato a parenti entro il quarto grado (nonni, zii e cugini). All’istituto dell’affidamento intra-familiare, è correlato quello dell’obbligo di prestare agli alimenti di cui all’art. 433 c.c. cui sono tenuti i parenti più prossimi.

Per quanto riguarda l’affidamento a terze persone, a differenza dell’adozione, che è consentita solo a persone coniugate da almeno tre anni, possono avere in affidamento un minore anche le coppie di conviventi o le persone singole.

L’idoneità degli affidatari è stabilita tramite un percorso di diversi colloqui, in base all’analisi dei seguenti parametri:

  • età;
  • condizione psicofisica;
  • abitazione;
  • autosufficienza economica;
  • motivazioni all’affido;
  • storia personale e/o di coppia.

L’affidatario esercita i poteri connessi con la potestà parentale in relazione agli ordinari rapporti con l’istituzione scolastica e con le autorità sanitarie; quest’ultimo ha diritto di ricevere da parte del servizio sociale locale sostegno educativo e psicologico ricevendo un assegno base mensile corrispondente al periodo della durata dell’affidamento e proporzionato alla situazione economica, per contribuire alle spese relative a prestazioni di varia natura fornite al minore.

Diritti e doveri degli affidatari:

  • provvedere alla cura, al mantenimento, all’educazione e all’istruzione del minore affidato nel rispetto della sua identità culturale, sociale e religiosa;
  • mantenere, in collaborazione con il Servizio Sociale, validi rapporti con la famiglia di origine del minore, tenendo conto di eventuali prescrizioni dello stesso o dell’Autorità Giudiziaria;
  • osservare attentamente l’evoluzione del minore in affido, in particolare riguardo alle condizioni affettive, fisiche e intellettive, favorendo la socializzazione e i rapporti con la famiglia di origine;
  • assicurare la massima riservatezza circa la situazione del minore in affido e della sua famiglia;
  • non richiedere e non accettare denaro dalla famiglia di origine del minore in affidamento;
  • utilizzare il contributo erogato dalle Amministrazioni per il mantenimento del minore.

Quanto alla famiglia d’origine, questa deve mantenere validi rapporti con il figlio e rispettare il programma stabilito dagli operatori per favorire la normalizzazione della vita familiare.

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